Quattro chiacchiere su Storia in Rete

SteamCamp con il motto “L’Ottocento come base per fare Steampunk e lo Steampunk come modo per riscoprire l’Ottocento” ha un’impronta fortemente storica. Si vuole promuovere uno Steampunk che non sia mera imitazione come capita di altro Steampunk, ma che nasca dalla consapevolezza della storia di cui lo Steampunk si nutre. Un recupero della fantascienza storica, della narrativa ottocentesca, degli eventi storici anche banali, delle curiosità di nicchia, dei costumi, del modo di pensare, delle idee che successivamente hanno creato il mondo contemporaneo.
Non lo Steampunk come infinita ripetizione di quattro cliché, ma lo Steampunk come studio, recupero e originale remix modernizzato del passato. Un modo giocoso per scoprire le origini, in fondo non troppo distanti, del nostro mondo contemporaneo e le moltissime somiglianze del mondo di oggi con quello di un secolo e più fa.

Ecco come mai abbiamo voluto Storia in Rete come Media Partner.
Storia in Rete nasce come sito internet dedicato alla storia e nel 2005 diventa anche una rivista mensile di divulgazione storica, pubblicata dall’omonima casa editrice fondata e diretta da Fabio Andriola. Storia in Rete mantiene un legame di interesse tra gli effetti che la storia ha sulle discussioni nel web e il web sulla ricerca storica. Gli articoli spaziano su molti ambiti storici, come le problematiche legate al mestiere dello storico e le polemiche storiografiche, pubblica approfondimenti su diversi periodi, argomenti e personaggi storici. E in più, come è accaduto nel nostro caso, si interessa delle iniziative legate al mondo della storia: conferenze, convention, novità editoriali, lavori di ricerca ecc…

A titolo di esempio prendiamo il numero 89 uscito nel marzo 2013 e buttiamo un occhio sul sommario: due articoli dedicati al negazionismo e all’uso del passato come arma contro gli avversari o per costruire l’identità nazionale; un articolo sulla nuova rivista di astronomia Space Magazine; equivoci e distorsioni negli eredi e sostenitori dell’evoluzionismo; l’ostilità di Garibaldi nei confronti dell’Impero Ottomano; un approfondimento su Otto von Bismarck; lo scandalo a corte dell’uccisione nel 1911 a Roma della contessa Trigona da parte dell’amante, il barone Paternò. E molto altro.

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“Storia in Rete” è in edicola a 6 euro e come PDF online a 3,49 euro.

A rispondere alle domande che seguono è Emanuele Mastrangelo, che ormai da anni coadiuva Fabio Andriola nella redazione del giornale.

Qual è il rapporto tra “Storia in Rete” e il web? In che modo lo usa, al di là dell’essere online, e che in modo il feedback del web stesso influenza gli argomenti trattati?

Il rapporto è duplice. Da un lato c’è l’origine, quando Fabio Andriola, il direttore di Storia in Rete, vedendoci lungo nel Duemila decise di proiettarsi nel web con un sito. Ma c’è anche il concetto di “rete” latu senso, come rete di relazioni fra storici, appassionati e lettori. Accanto a firme del mondo accademico e della divulgazione, “Storia in Rete” ospita spesso e volentieri articoli di semplici appassionati che rivelano un’altissima qualità nella ricerca del dettaglio in grado di non sfigurare accanto a quelli di professori universitari.

Troppo spesso gli articoli sulle riviste da edicola hanno una brutta fama: tra tagli e semplificazioni, talvolta con autori non competenti sulla materia, si crea una clima di sfiducia e una fama di inaffidabilità. Quali sono i criteri di qualità adottati e che garanzie di verità, precisione e possibilità di verifica di quanto affermato assicurate ai lettori?

Controlliamo ogni pezzo e ogni affermazione con maniacalità, e nei limiti dell’umano cerchiamo di evitare errori o imprecisioni. La precisione – nei dati, nei fatti e nelle terminologie – è molto importante, perché la Storia è una scienza e come tale deve tendere all’esattezza come la fisica o la matematica. Ad esempio, chiamare “Imperialregio” o “Imperiale-e-Regio” le forze armate austroungariche non è sinonimo e non può essere intercambiabile: è una nomenclatura che rappresenta infatti due periodi ben distinti (pre e post 1889). Quando possibile, noi badiamo molto a questi dettagli. Accanto però a dati, fatti e termini precisi c’è però il regno più sfuggente delle interpretazioni: quelle non è nostro costume toccarle. Storia in Rete può vantarsi di non aver mai censurato o attenuato le idee espresse da un autore ospitato sulle sue pagine. Se non si condivide un’opinione, si dibatte, non si censura.

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“Scandalo a Corte: l’omicidio Trigona”, numero 89, marzo 2013

Quanto è diffusa la collaborazione con storici “di mestiere”, laureati in storia o non laureati, e qual è il riscontro della rivista, con il suo approccio divulgativo-popolare, nel mondo accademico?

A volte l’impressione è che l’accademia abbia un po’ di albagia verso le riviste di divulgazione. In qualche misura può anche essere comprensibile a causa dell’assenza di quel fondamentale per la letteratura accademica che è la “nota a piè pagina”. Tuttavia se poi la divulgazione di qualità manca spesso nel nostro paese la colpa è anche dell’accademia, forse troppo chiusa in una torre d’avorio. D’altro canto, se molti dei contributi più validi a Storia in Rete vengono da storici o divulgatori non di professione di converso la rivista può vantare la collaborazione di storici e docenti universitari come i professori Paolo Simoncelli, Mariano Bizzarri, Eugenio Di Rienzo, Emilio Gin, Nico Perrone, solo per citarne alcuni… Addirittura ha scritto per noi un paio di volte il professor Luciano Canfora che, per molti versi, è lontano mille miglia dalle nostre posizioni.

C’è una peculiarità in questi contributi che fa la differenza per Storia in Rete?

Sì, ed è nell’idea di fondo della rivista: non si tratta solo di raccontare il fatto storico. Oggi chiunque può trovare le informazioni di base che vuole grazie a internet e a Wikipedia in particolare. La divulgazione di qualità invece si fa con le inchieste, le indagini sul campo, la pubblicazione di nuovi documenti, le interviste ai protagonisti della ricerca e l’esortazione al dibattito. Al momento, a quanto sembra, in Italia siamo l’unica rivista che ha questo taglio. Che è poi quello, nobile e quasi dimenticato, del giornalismo nel suo vero senso…

Quanto è vivo in Italia l’interesse per la storia? È in aumento? Quali epoche o argomenti interessano maggiormente i vostri lettori, a quanto vi è dato sapere dai feedback ricevuti? L’Ottocento e il Risorgimento, in particolare, quanto interessano ai vostri lettori?

L’impressione è che in Italia ci sia una forbice fra una grande maggioranza del tutto indifferente alla storia e una minoranza invece appassionatissima. Non saprei dire se è una minoranza in aumento o in via d’estinzione, poiché la crisi economica in questi anni ha costretto molti a rinunciare alle proprie passioni. Primum vivere… Quanto alle epoche che riscuotono più interesse, certamente la prima è il Novecento, e in particolare il Ventennio e la Seconda guerra mondiale. Seguono a stretto giro l’età antica, l’Ottocento e il Risorgimento e quindi il Medioevo e gli anni più recenti. Fra i settori, certamente la storia militare è la prediletta.

Quanto è forte l’interesse di Storia in Rete per la rievocazione storica e i rapporti con i gruppi di rievocatori?

Storia in Rete ha avuto collaborazioni in passato con Rievocare e Ars Historiae, due riviste cardine del settore della rievocazione. Ultimamente la crisi ha colpito anche queste sinergie, ma non c’è dubbio che il mondo della “living history” e della storia sperimentale restano fondamentali per la divulgazione della conoscenza del passato. Quindi Storia in Rete cercherà di seguirli ogni volta che è possibile.

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“Darwin: dagli amici mi guardi Iddio…”, numero 89, marzo 2013

Capitano spesso polemiche per gli argomenti affrontati o per il modo in cui un dato argomento viene affrontato?

Sì, e per fortuna. La polemica e il dibattito sono la base del progresso scientifico. È accaduto per esempio di recente sui fatti attorno al brigantaggio e alla prigionia dei soldati borbonici a Fenestrelle, con lunghi botta-e-risposta fra storici e divulgatori d’opposte opinioni. In altri casi, invece, è stato un silenzio assordante attorno a inchieste-bomba – come quella su Via Rasella o sugli aiuti dati da Mussolini alla Resistenza partigiana in Alto Adige – che la dicono più lunga di qualunque parola scritta o raccontata.

I contestatori tipici sono individui a cui interessa ricevere risposte accedendo alle fonti precise da cui le informazioni vengono tratte e che se le ricevono si sentono soddisfatti e interrompono la polemiche?

Non sempre. Spesso se non si sentono accontentati nel senso che immaginavano, sbattono la porta con malagrazia. Gli italiani sono un popolo faziosissimo, dai tempi dei guelfi e ghibellini. E tuttora molti cercano più la risposta che aggrada che non quella scientifica e documentaria. Invece bisognerebbe avere il coraggio di cambiare idea di fronte alle dimostrazioni e alle nuove prove, come insegna la lezione di Renzo De Felice: ogni storico non può che essere revisionista.

Quanto sono frequenti i troll che non accettano alcuna prova contraria a ciò che loro vogliono credere e che ignorano le fonti puntualmente indicate e si ostinano a indicare “il pensiero degli autori citati” come se fosse “il pensiero dell’autore dell’articolo”?

Non pochi. In molti dibattiti coi lettori e fra i lettori si può vedere ogni tanto spuntare qualcuno del genere.

Quanto è frequento che gli articoli online vengano “copiati” senza citare la rivista o linkare la pagina da cui provengono?

In Italia esiste il “diritto di citazione” dal 1940 (praticamente il Creative Commons l’abbiamo inventato noi…) per cui se qualcuno ci riprende la cosa non ci dispiace. Finora non è capitato quasi mai d’essere ripresi senza crediti, e se è accaduto non ce ne siamo accorti.

Mai avuto problemi con furti da parte degli “autori” di Wikipedia in italiano?
Più volte ho saputo di articoli scopiazzati da quelli di altri siti, anche in violazione del regolamento di Wikipedia sui Creative Commons NON-commerciali, e poi proposti lì, rifiutandosi di riconoscere anche solo un link alla fonte se non dopo mesi di lotte (per esempio nell’articolo sulla zweihander).

No, con Wikipedia – com’è noto – abbiamo avuto altri problemi (tentativi di cancellazione della voce su Storia in Rete e ban del sottoscritto dopo processo-farsa), ma nessun caso di copyviol, almeno a quanto ci risulta. Per queste cose il wikipediano medio è molto attento e scrupoloso.

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“Nella colonia penale”, numero 89, marzo 2013

Cosa ha fatto sentire la necessità di fare anche una rivista cartacea?

Il vuoto lasciato dalla chiusura di quella corazzata della divulgazione che fu Storia Illustrata. Un vuoto che è stato pesantissimo proprio negli anni a cavallo fra il cambio di secolo, quando la grande stagione del revisionismo scientifico post-1989 ha iniziato a rifluire e la divulgazione si è biforcata verso standard scandalistici e sensazionalistici da una parte e retorico-accademici dall’altra.

In che modo passare dal formato online, in cui non essendoci vincoli fisici rilevanti si può dire tutto ciò che si ritiene giusto dire, incluso inserire una bibliografia e webografia esaustiva a piacimento, a quello della rivista stampata ha influenzato gli articoli?

La carta implica un supplemento di precauzioni: una volta che si scrive una castroneria, resta. Imprimata manent! Su internet, come insegna l’ottima esperienza di Wikipedia, è possibile rimediare a ogni errore in tempo reale.

Capita mai di sentire il peso dei vincoli fisici della carta in modo significativo? A livello di pensare di rinunciare a un articolo perché le necessità di completezza nello scriverlo richiederebbero dimensioni incompatibili con le possibilità della rivista cartacea?

Rinunciare mai. I limiti della carta sono purtroppo a volte pesanti (anche da un punto di vista economico!) ma occorre anche aggiungere che spesso questi limiti non sono legati al medium ma a oggettive questioni di opportunità: se un articolo è troppo lungo, diventa indigeribile in qualunque formato, cartaceo o web che sia. A quel punto si deve fare un salto di qualità, se ne ricava un libro se c’è abbastanza materiale. L’arte del divulgatore spesso consiste più nel saper tagliare (anche dolorosamente, quando è farina del proprio sacco, a cui si è orgogliosamente affezionati) che nel saper scrivere, per consentire al lettore di godersi il pezzo senza stancarsi.

Otto Eduard Leopold von Bismarck  *oil on panel  *121 x 87.5 cm  *1890
“Il Cancelliere di Ferro”, numero 89, marzo 2013

La possibilità di effettuare rapide correzioni e di ampliare la bibliografia su richiesta dei lettori, per esempio perché in cerca di puntuali prove di un’informazione data piuttosto che di un’altra che l’autore non aveva sentito bisogno di giustificare con un riferimento bibliografico, quanto è importante per il sito online?

Attualmente il nostro sito fa più che altro rassegna stampa, anche estera, perché ci interessa segnalare il maggior numero possibile di stimoli e mostrare quanto la Storia sia trattata da quotidiani e agenzie. Quindi il relata refero consente di lasciare il problema delle bibliografie alle fonti originali dei pezzi citati. Quelle qualità sono proprie – per esempio – dei progetti Wiki, che rapidamente (e là dove la “cricca” non mette i bastoni fra le ruote) stanno rapidamente tagliando l’erba sotto i piedi anche alla letteratura accademica. Questo nuovo modo di fare informazione e cultura è qualcosa con cui tutti dovremo rapportarci.

È mai capitato di prendere cantonate così importanti in un articolo da dover pubblicare delle scuse e una rettifica? In tal caso come operate (o come operete se non è mai accaduto) per comunicare l’errore e raggiungere, prima o poi, il pubblico che ha già letto l’articolo?
In pratica quanto è importante per voi costruire una fama di assoluta onestà e amore per la verità sempre e comunque (cosa che tristemente a molti giornali e riviste italiane non importa affatto)?

Sì, capitano cose del genere. Solo chi non fa non falla. Dai refusi al nome di un autore scritto male. Penso sia dai tempi di Gutenberg che la stampa fa i conti con la realtà di cui parlavamo sopra: imprimata manent… Però se invece il problema è di contenuti, più che di errori di stampa, molto semplicemente, il nuovo corregge il vecchio. È capitato, per esempio, di dover cambiare opinione nei confronti del generalissimo Cadorna. Nel 2007 pubblicammo un articolo molto critico con il comandante italiano, poi, in seguito a una nuova biografia che portava testimonianze e documenti che revisionavano molto la vicenda, abbiamo corretto notevolmente il tiro. Non si deve aver paura di cambiare idea. Nelle scienze – e quindi nella storia – la coerenza non è una virtù: è un sintomo di sclerosi.

 


 
Emanuele Mastrangelo, romano, classe 1977, è editor del mensile Storia in Rete di cui cura anche la ricerca immagini e l’apparato cartografico. È autore di I canti del Littorio. Storia del Fascismo attraverso le canzoni (Lo Scarabeo, 2005) e Presenti Arbitrari (ITALIA Storica, 2012). Ha curato il volume L’Italia dello Spazio (Storia in Rete – ASI, Agenzia Spaziale Italiana, 2011). Idea e realizza carte storico-geografiche e militari per libri, riviste, convegni e documentari.

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